Musicisti/e Chef e sarti di tutto il mondo UNITEVI ! CasciNet , per il 6 ottobre 2018

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vi alleghiamo il progetto “Tandem Europe”, che si occuperà della realizzazione del Festival chiamato “NEW ROOTS: MIGRANTS MEET COMMUNITIES THROUGH CULTURE, AGRICULTURE AND FOOD”, che si terrà il 5 ed il 6 Ottobre 2018 a CasciNet.
Sarebbe molto gradita la vostra collaborazione nel presentare proposte che vi indicheremo di seguito, in modo da rendere più creativo, innovativo e culturalmente vivo il Festival.
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CHI SIAMO
CasciNet, attiva sul territorio di Milano da cinque anni, offre partecipazione, produzione agricola e tanta socialità in un percorso di cambiamento cosciente e condiviso che riconnette persone, pratiche, patrimoni storico-ambientali ed esercizi di innovazione sognante.
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Multi Kulti Collective (MKC) lavora dal 2011 nello sviluppo di comunità e nella costruzione di partecipazione civica, solidarietà, integrazione dei migranti/rifugiati e diritti umani.

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COSA VOGLIAMO FARE
Abbiamo vinto un bando dal nome Tandem Europe – un programma per le persone che rendono possibile l’innovazione sociale in tutta l’UE – e come risultato finale vorremmo creare un giardino delle multi-culture + un festival dove tutte le diversità, a Milano, potranno coesistere in un luogo di partecipazione.
Come? Attraverso la ricerca di un approccio creativo che affronta idee e riflessioni intorno a tre concetti fondamentali:
1. I paesaggi naturali in contesti urbani, tenendo conto della loro costruzione, modifica e relazione con le diverse culture che li abitano. 
2. Lo sviluppo di una comunità legata a concetti di partecipazione civica, solidarietà ed integrazione di immigrati/rifugiati, per favorire una maggiore sensibilizzazione nella cultura di un cambiamento sociale.
3. Il giardino come operazione artistica di rigenerazione urbana, sociale e perché no? Commestibile!

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IL MOTIVO DI UN GIARDINO MULTI CULTURALE
Coltivare un giardino delle multi-culture significa creare un rapporto tra le diversità ed il territorio che accoglie, integra, consente di mettere radici in un luogo dove si può stare bene insieme. Una rigenerazione urbana attraverso il verde, verde che viene coltivato da diverse culture e che genera cultura.
Come? Nell’ottica di un’opera partecipata grazie ad una residenza d’artista + un workshop per la costruzione comunitaria dell’opera stessa.
Senza scordare l’evento finale che prevede una giornata con cibo, musica e tante attività ricreative.
Se avete voglia di portare la vostra voce e cooperare con noi per costruire insieme il Festival, ecco alcune “cose” di cui avremmo bisogno:
 
  • musicisti, performer, lettori di poesie e/o testi vari che abbiano voglia di portare una testimonianza dal proprio paese.
  • chef  per creare un piccolo workshop di cucina durante il pranzo e/o per un aperitivo durante la sera.
  • persone che facciano sartoria e/o attività legate ad usi e costumi del proprio paese di provenienza.
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Potete richiedere informazioni più dettagliate scrivendo a:   filippelli.sara@gmail.com
Potete inviare le vostre proposte a:    filippelli.sara@gmail.com     cc   c.reticoopculturale@comune.milano.it

Grazie e buona giornata.
Cordiali saluti.


Ufficio Reti e Cooperazione Culturale
Area Valorizzazione Patrimonio Artistico e Sicurezza
Direzione Cultura
Comune di Milano
Piazza Duomo, 14_20121 Milano
 
Bianca Aravecchia (Responsabile Ufficio)_02 884 63633
Alessandra Cecchinato_02 884 62366
Riccardo Tamburini_02 884 46692

INTERVISTA SULLE DONNE CINESI – ITALIANE

 

BELL’ INTERVISTA ALLA NOSTRA AMICA JADA BAI . 

Credo che questa frase dica tutto di una etica del lavoro estremamente rigida, ma anche ammirevole: ” Mi ricordo che la prima volta che andai in vacanza con mio marito, allora fidanzato, ero terrorizzata perché non sapevo cosa si “doveva fare” in vacanza.” 

https://wsimag.com/it/cultura/39333-la-donna-cinese-tra-tradizione-ed-emancipazione

 

“Sono nata in Cina nel 1984, sono arrivata a Milano all’età di 4 anni e sono molto orgogliosa di aver frequentato il liceo classico. È lì infatti che si sono formati il mio impegno e la mia coscienza civile. Dopo la laurea ho cominciato un percorso che ha come obiettivo una società multiculturale e inclusiva, prima facendo l’interprete di cinese/italiano, poi lavorando nella mediazione culturale per enti e associazioni, fino ad approdare al mio attuale lavoro di coordinatrice di una scuola di lingua cinese all’interno di una realtà che sta in bilico tra le due culture, l’Italia e la Cina. Il cammino è arduo ma ci stiamo provando, anche con amici cinesi e italiani che hanno a cuore il tema. Tutti noi siamo convinti che una tappa fondamentale sia la conoscenza reciproca, quindi ognuno nel suo settore cerca di promuovere e sviluppare azioni volte a una reale conoscenza dell’altro, della sua storia e delle sue tradizioni.

Che cosa ha mantenuto della tradizionale figura della donna cinese e che cosa ha rifiutato …

La figura della donna cinese nelle comunità in Italia ha ancora profonde influenze confuciane, mi ricordo una frase di mio padre che diceva: “ci sono cose che una donna può fare e cose che non può fare”, io trasformerei il verbo “potere” in “volere”. A differenza di tante mie coetanee di seconda generazione io non ho avuto un “percorso regolare”, matrimonio a venti-venticinque anni e due/tre figli entro i trentacinque, e non sono diventata un’imprenditrice ma ho scelto un lavoro nel mondo del sociale. Mi piace invece molto l’immagine di femminilità della Cina classica, una donna dal carattere equilibrato e posato, una figura bella e slanciata, un giunco. Slegata dagli aspetti maschilisti e patriarcali non è male, e sarebbe bello riuscire a fonderla con caratteristiche occidentali, come ad esempio la fiducia in se stessi e la vivacità.

Che differenze ci sono tra l’uomo cinese e l’uomo italiano/milanese?

L’uomo cinese sa che ci sono dei doveri e delle responsabilità verso la propria famiglia quali la sicurezza economica o avere dei discendenti. In una società gerarchizzata con dei ruoli stabiliti infatti è più facile che l’uomo sia cosciente dei suoi doveri. L’uomo italiano no, può essere infatti anche molto irresponsabile verso la famiglia o verso la società, però ha un’immaginazione e una vitalità che sono contagiose e affascinanti. Per me è stata più attraente la libertà della vita con un uomo italiano e per questo ho scelto un marito italiano.

Single, coppia, famiglia: qual è il futuro della donna?

La libera scelta è il futuro della donna, deve esserlo. Penso che la nostra più grande battaglia sia quella di affermare la nostra libertà e l’autodeterminazione. Scelgo se essere single, moglie, partner, madre. Anche qui il cammino è ancora arduo, sebbene ci sia stato il femminismo che ha aperto la porta. La società purtroppo sembra criticare qualunque modello, se sei single ti chiedono perché sei single, ecc. Forse è arrivato il momento di smettere di chiedere e di lasciar agire.

Ci parli della sua esperienza di insegnante e mediatrice culturale …

Sono stata mediatrice fino al 2014, ora sono docente di lingua e cultura cinese e coordinatrice didattica di una scuola di lingua cinese, la Scuola di Formazione Permanente della Fondazione Italia Cina. È un bellissimo lavoro, stimolante e appassionante. Certo, c’è la fatica di trovarsi sempre su un palco quando insegni, ma anche tanta soddisfazione quando vedi che sei riuscita a visualizzare un’immagine non stereotipata e negativa della Cina. Come coordinatrice di una scuola ci sono più opportunità di centrare l’obiettivo perché puoi realizzare dei progetti a lungo termine, hai la possibilità di organizzare eventi e collegare tante realtà che hanno a che fare con la Cina e convogliarle in questo obiettivo.

Ha detto che ha voluto scegliere di fare cose più utili che redditizie, andando controcorrente alla sua tradizione familiare, forse la mentalità cinese è portata più all’azione che alla meditazione?

La comunità cinese che c’è in Italia ha origini contadine, i nostri genitori hanno sempre dovuto lottare con una terra tradizionalmente avara, inevitabile quindi che questa prima generazione di cinesi arrivati in Italia abbia fatto di tutto per uscire dalla povertà attraverso un duro lavoro e faticoso risparmio. Inevitabile quindi il desiderio di riscatto sociale da parte delle seconde generazioni che significa gestire le attività di famiglia che, se fatto bene, è molto remunerativo. Io non sono un’imprenditrice, la parte commerciale mi mette ansia e ho scelto un lavoro “altro”, guadagno uno stipendio e sono una dipendente, che ai miei occhi è sufficiente ma non altrettanto a quelli della mia famiglia dato che le aspettative erano altre.

Luci e ombre della Cina di oggi …

A mio parere la Cina di oggi è alla ricerca di equilibrio, tra passato e presente, modernità e tradizione, città e campagna. La Cina è cresciuta talmente tanto e talmente in fretta in questi ultimi dieci anni che nella stessa città si vedono moderni grattacieli accanto a baracche in demolizione e manager in giacca e cravatta mangiare alla stessa trattoria di operai. Non c’è stato un periodo di transizione. Non è facile governare un gigante di questa portata e in un certo senso il governo è stato abile nel mantenere una sostanziale stabilità interna. Ovviamente, la Cina ha millenni di storia e validi esempi di grandi strateghi come possiamo dire sia l’attuale Presidente Xi Jinping il cui motto è “Make China Great again”.

Perché molti cinesi hanno scelto di venire in Italia e in Europa?

C’è stata una mostra al Mudec lo scorso anno, risultato di una ricerca sull’argomento, che racconta i cento anni della comunità cinese in Italia. Negli anni Venti del secolo scorso infatti arrivò in Italia un primo gruppetto pieno di spirito d’avventura. I grandi flussi del 1970-1980 e 1990 furono per la maggior parte ricongiungimenti familiari, intere famiglie si spostarono da un gruppo di villaggi nella provincia dello Zhejiang per arrivare nelle grandi e piccole città italiane ed europee creando una rete di comunità cinesi in tutta Europa. È questo il bello, io ho parte della famiglia in Spagna così come amici in Francia, Belgio, Olanda e Germania. L’Italia i miei la scelsero prevalentemente perché negli anni ’80 ci fu una grossa sanatoria e la possibilità di stabilirvisi e avere una vita diversa. È adesso che l’Italia viene scelta da tanti studenti cinesi come meta preferita dei loro studi, per la musica, l’arte, il design, lo stile di vita italiano insomma.

Che cosa le piace e che cosa non le piace del sistema di vita italiano/milanese?

Mi piace la possibilità della libera scelta (e di conseguenza l’esercizio della democrazia). Crescendo in un ambiente confuciano con valori quali la forte gerarchia dei ruoli e un rigido codice di comunicazione la libertà che respiravo a scuola negli anni della formazione mi sembrava importante quanto l’aria. Poi però, crescendo, mi sono resa conto che c’erano altre barriere e altre restrizioni, più invisibili, ma pur sempre reali. Ne sono rimasta molto delusa anche se ho trovato il modo di conviverci. Mi piace molto la rilassatezza della vita italiana al contrario di quella cinese dove l’autrocontrollo è molto importante, si lavora tanto e ci si concede molto poco, anche a livello mentale, è come se non ci si riposasse mai. Mi ricordo che la prima volta che andai in vacanza con mio marito, allora fidanzato, ero terrorizzata perché non sapevo cosa si “doveva fare” in vacanza.

 

Studenti cinesi all’ Accademia di Brera: non sanno l’italiano.

Brera, mistero Cina mille studenti e fronda tra i docenti ( La Repubblica 19/06/2018)

COME NOI RISOLVEREMMO IL MISTERO : Cari Amici del Blog, dalla nostra esperienza ormai decennale dalla agenzia di recruitment di Moda Between Research, abbiamo intervistato qui a Milano molti studenti cinesi diplomatesi in Fashion Design o management (sono molto famosi i corsi in Marangoni, IED, Polimoda, Carlo Secoli, Domus, Politecnico). Tutte le perone cinesi  hanno bisogno del visto per rimanere in Italia. All” inizio arrivano con un visto da studenti:  arrivano in Italia perché vogliono studiare qui, spesso anche perché non sono riusciti ad entrare nelle competitive università cinesi, cui l’ accesso e’ limitato ai migliori studenti delle superiori. Qui arrivano quindi studenti che possono pagarsi un corso in istituti privati che costano tra 10 000 e 20 000 euro all’anno, cui bisogna aggiungere i costi di vitto e alloggio. Alla fine del corso che puo’ durare 1 -2 – 3 anni, questi giovani devono cercare un lavoro in Europa, spesso difficile da trovare. Per allungare il loro permesso di soggiorno si iscrivono a corsi come quello di Brera che ha un costo molto più ragionevole, senza nessun interesse per la laurea in Storia dell’ Arte o per altri corsi che l’Accademia propone. Vogliono solo rimanere in Italia, e possono permetterselo.

La domanda allora e’ : Fanno poi dei lavori in nero? a questa domanda non sapremmo  rispondere me e’ lecito porsela.

 

ARTICOLO DE “LA REPUBBLICA “:

Polemica sui test d’ingresso organizzati da una società in patria Il dubbio tra i professori “Non sanno l’italiano”

All’Accademia di Brera scoppia il caso degli studenti cinesi. Selezionati in patria tramite un’agenzia di reclutamento, un diverso test di ammissione e con la clausola di imparare l’italiano e superare una prova di lingua prima dell’immatricolazione, i futuri artisti della Repubblica Popolare iscritti a Brera — denunciano alcuni professori — spesso non sanno l’italiano e agli esami fanno scena muta. Sono quasi mille gli iscritti. C’è chi si presenta con un interprete, chi porta una tesina «palesemente copiata da internet ». E chi, «senza rispondere a nessuna domanda, chiede il voto minimo e passa».

Disinteressati alle lezioni, gli studenti cinesi, agli occhi dei loro colleghi e di alcuni docenti, sembrano godere di un trattamento di favore. Una situazione che va avanti da tempo e che per i professori « è diventata insostenibile » . Tanto da far scatenare azioni di protesta, come quella di un docente del dipartimento di Arti visive che ha sospeso gli esami agli studenti che non sono in grado di esprimersi in italiano. « Di fronte all’inadeguatezza e alla preparazione insufficiente di questi ragazzi — dice — mi faccio delle domande». E così, per la seconda volta quest’anno, il professore ha deciso di rimandarli. Il caso è stato sollevato da due lettere protocollate e inviate al Consiglio di amministrazione. La prima risale a qualche mese fa e porta la firma di Rolando Bellini, docente di Storia dell’arte. Nella lettera, che Bellini ha spedito anche al Consiglio accademico, chiedeva informazioni sui rapporti dell’Accademia con l’agenzia cinese di reclutamento studenti, Finestra Italiana Ltd, unica società partner autorizzata sul territorio cinese e con cui Brera organizza i test di ammissione. Ma « non ho ricevuto risposte». Silenzio, dice, anche dalla direzione: da Giovanni Iovane — ora al ballottaggio per il posto da direttore — a Giuseppe Bonini, che «in Cina è andato più volte».

Il caso si ripresenta qualche giorno fa, con una seconda lettera, messa sul tavolo, questa volta, da Massimo Pellegrinetti, che insegna Tecniche del marmo ed è rappresentante in cda. Tante le questioni aperte. A partire dalla prova di ammissione che si tiene in Cina e che è diversa rispetto a quella che affrontano qui gli altri studenti, italiani e stranieri, e per questo, dicono i professori, «discriminatoria ». Perché, se per entrare a Brera questi ultimi devono superare due esami e un colloquio, a Pechino basta una prova di abilità tecnica. A guidare la selezione è una commissione di docenti di Brera, che, nei giorni precedenti al test, tengono anche un corso preparatorio. Un corso che, si legge sul sito di Finestra Italiana Ltd, «è strettamente correlato all’esame » tanto che « la partecipazione aumenta significativamente la possibilità di superare il test».

Ma a valutarli, denuncia un gruppo di docenti, è una commissione ristretta di professori « non rappresentativi di tutti i settori » . Un esempio? « Nessuno di Nuove tecnologie è mai stato in Cina » , spiegano dal dipartimento di Progettazione. E così «è un docente di Scenografia che valuta gli aspiranti studenti » di quell’indirizzo. Ma poi i nodi vengono al pettine. Confrontando la preparazione dei ragazzi, i professori — che si dicono preoccupati per « l’abbassamento della qualità dell’insegnamento a Brera » — hanno notato « una differenza tra gli studenti selezionati in Cina e quelli che hanno fatto il test qui». Per questo, ora chiedono di vederci chiaro. Nel mirino i rapporti di Brera con l’agenzia cinese. Una collaborazione, fa sapere il direttore, Franco Marrocco, che va avanti da otto anni nell’ambito dei progetti di mobilità Marco Polo e Turandot. Intanto il Consiglio di amministrazione prende tempo. La presidente, Livia Pomodoro, fa sapere che «si riserva di fare approfondimenti ». Le risposte sono attese per luglio, poco prima della prossima sessione di esami a Pechino.