Francesco Wu si racconta e racconta la sua comunità. incontro del 16/03/2018

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Prima della diversità c’è una comunanza. Le sfide delle migrazioni. Racconto di un incontro con Francesco Wu  

“Prima della diversità c’è una comunanza”, è questo il nome del dibattito tenutosi il giorno 16 marzo 2018 presso l’Università Cattolica di Milano. A raccontarsi erano due testimoni privilegiati, Violeta Popescu per la comunità romena e Francesco Wu in rappresentanza della comunità cinese.

Spiegare in poche parole chi è Francesco Wu è complesso, ci prova Giorgio Paolucci, giornalista e scrittore, prima del suo arrivo: laureato in ingegneria elettronica, membro del direttivo della Confartigianato Alto Milanese, Vice presidente di Associna, fondatore e presidente dell’associazione Uniic, Unione imprenditori Italia Cina, approda anche nel campo della ristorazione gestendo “Al borgo Antico”, un ristorante italiano.

Con il signor Wu i titoli si sprecano, ma non sono sufficienti, per comprendere la sua persona, la sua comunità e soprattutto il messaggio che ci vuole trasmettere, è dunque necessario ascoltare la sua storia.

 

È arrivato in Italia nel 1989, è un immigrato cinese, ma è cresciuto, ha studiato e lavora in Italia, è a tutti gli effetti anche un “nuovo italiano” ed ha fatto di questa bivalenza la sua forza.

Francesco è originario della città di Wenzhou, ma non solo lui, infatti è proprio da Wenzhou, Qingtian e in generale dalla zona meridionale della provincia del Zhejiang che proviene il 90% della comunità cinese presente sul territorio italiano e in Europa.

Geograficamente la lunga distanza è innegabile, ed è proprio in questo modo che per molto tempo sono stati visti i cinesi, distanti, abitanti del lato apposto del mondo e portatori di una cultura anch’essa lontana dalla nostra, ma non è proprio così, ci viene raccontato.

Elementi di vicinanza tra comunità

Da dove nasce la “fortuna” dell’imprenditoria cinese all’ estero? dalla famiglia, fonte di forza e solidità, non solo dal nucleo familiare in senso stretto, ma anche da quella miriade di parenti e amici fidati che rappresentano un sostegno morale, pratico ed ovviamente, economico, quella rete sociale sempre pronta ad accogliere e aiutare.

Questa è stata anche la forza propulsiva che nel primo quarto del novecento spinse i cinesi a spostarsi in Europa e successivamente anche in Italia, << vado dove ho un amico che mi può dare una mano, è una questione di guānxi, cioè relazioni sociali >>, spiega Francesco. La Cina, come l‘Italia ha una tradizione millenaria e quando le tradizioni sono antiche i rapporti umani sono più articolati e complessi, crearsi una rete sociale diventa dunque una necessità, una questione di sopravvivenza.

Chi ha memoria storica comprenderà facilmente la questione, se il meccanismo di aggregazione non è dissimile da quello che alla fine del 1800 costituì le grandi comunità italiane in Argentina, Stati Uniti e Brasile, la “ricetta del successo “ricorda inequivocabilmente quella che oltre mezzo secolo fa permise il miracolo economico italiano: collaborazione reciproca, instancabile lavoro e oculato risparmio.

Valori simili dunque, da dove nasce quindi la lontananza percepita? Dal gap linguistico, gap totalmente appianato con il costituirsi della seconda generazione.

La seconda generazione

Paolo Wang, Giada Chen, Luca Yu, Jessica Hu e ovviamente Francesco Wu, sono solo alcuni dei nomi, a volte soprannomi, dei ragazzi cinesi di seconda generazione.

Alcuni sono nati in Italia, altri invece, ci sono cresciuti, hanno avuto una vita privilegiata rispetto a quella dei loro padri: hanno frequentato la scuola italiana, molti hanno continuato fino alla laurea ed oltre, ma hanno mantenuto la voglia di fare e la spinta imprenditoriale tipica della prima generazione.

Come succede agli italiani, le attività a cui si dedicano sono varie, ci sono ragazzi che continuano il lavoro dei genitori, altri si mettono in proprio, altri ancora si dedicano ad ambiti lavorativi diversi da quelli che tipicamente vengono attribuiti alla loro comunità.

Una moltitudine giovane ed energica che si sente a casa propria perché è a casa propria: si dà da fare in campo associativo, spesso ha la cittadinanza italiana e va a votare.

La nuova percezione della comunità cinese

Il percorso che ha portato la comunità italo-cinese a partecipare attivamente alla vita politica cittadina tuttavia, è stato tortuoso e si è composto di più “battaglie”. Un punto di svolta è stato rappresentato dalla vicenda della zona a traffico limitato di via Paolo Sarpi, meglio conosciuta come Chinatown.

Nel novembre del 2012, Palazzo Marino approva una delibera che prevede l’attivazione di telecamere, orari ridottissimi per le operazioni di carico e scarico merci e divieto di accesso degli autocarri in zona Sarpi, finestre orarie differenti e più restrittive di quelle esistenti nelle altre zone di Milano.

Il provvedimento è volto a colpire gli interessi dei commercianti all’ingrosso cinesi ed è considerato discriminatorio e lesivo dei diritti dei lavoratori cinesi.

La comunità di zona, guidata dall’Uniic, Unione imprenditori Italia Cina fondata da Francesco stesso, fa dunque ricorso al Tar ottenendo la sospensione del provvedimento.

 

L’ accadimento scardina la visione del quartiere Sarpi come “zona franca”, dove i commercianti cinesi, indisturbatamente, svolgono le loro attività privi di licenza.

Le realtà del posto e le stesse istituzioni incominciano ad avere una visione più variegata della comunità cinese, una visione non più appiattita nella banalità dei luoghi comuni: questa si è mostrata seria e capace di rappresentarsi per proteggere i propri diritti, dunque anche i media incominciano a dedicarle più attenzioni e preferiscono “parlare con i cinesi prima di parlare dei cinesi”, ed ascoltare il loro punto di vista.

È l’inizio di una fruttuosa collaborazione tra il Comune di Milano, le associazioni di quartiere e la comunità italo-cinese che, sempre più cosciente di sé stessa, partecipa energicamente alla vita sociale e politica della città e, con massiccia affluenza alle elezioni amministrative del giugno 2016, viene percepita sempre di più come soggetto politico.

Molte sono state nel corso degli anni le migliorie che, in clima di cooperazione, sono state apportate a Chinatown: un esempio è la campagna di sensibilizzazione in collaborazione con l’Amsa, tenuta in lingua cinese, sui temi del riciclo e del rispetto ambientale.

Un composito mosaico di eventi che comunica però un messaggio chiaro: “qualcosa sta cambiando e in meglio”.

La gratuità come fattore aggregante

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’impegno dell’” Unione imprenditori Italia Cina”, l’associazione Uniic di cui Francesco Wu è fondatore e presidente, che vuole porsi come un ponte tra le istituzioni nazionali e la comunità cinese.

L ’Uniic nasce da una esigenza di tipo pratico: un vuoto rappresentativo che, visto il peso e la numerosità della comunità cinese a Milano, non era più accettabile, ma c’è anche un altro motivo, più sottile, più profondo e personale.

<<Appena arrivato in Italia mi hanno subito voluto bene – spiega il signor Wu – nella mia vita ho sempre ricevuto gratuità>>

Francesco in Italia è stato accolto dai fratelli delle scuole cristiane, cioè i lasalliani, un’associazione di stampo cattolico, grazie ai giovani volontari è potuto andare in piscina, ad arrampicarsi, a sciare. << così ho visto le cose più belle che ci sono in Italia: la montagna, il mare, non avevo mai visto il mare, e ho mangiato la focaccia ligure>>.

Un’altra grande gratuità per Francesco è stata quella di ricevere la borsa di studio, grazie alla quale ha potuto frequentare il Gonzaga, istituto prestigioso di Milano che, diversamente, la sua famiglia di estrazione proletaria non si sarebbe potuto permettere. Già negli ultimi anni del liceo, anch’ esso gestito dai fratelli lassalliani, si è messo in gioco all’ interno dell’associazione religiosa per cercare di restituire quanto ricevuto.

Sono proprio questi incontri positivi, il bene ricevuto a titolo gratuito e l’incontro cristiano, che ha risposto ad alcuni dei suoi interrogativi più profondi, ad aver reso Francesco Wu la persona entusiasta e dedita alla causa che abbiamo conosciuto.

Anche l ‘esporsi in prima linea di Francesco con l’Uniic risponde quindi alla volontà di rimettere in circolo il bene ricevuto, mettendosi a disposizione della propria comunità e, per chi come lui crede nel valore dell’integrazione, della comunità in senso più ampio.

Piazzetta Ho Feng Shan

Una storia di gratuità è anche quella che ci racconta un luogo di Milano: piazzetta Ho Feng Shan.

Se questo nome fine a una decina di giorni fa era sconosciuto a molti, ora campeggia fiero tra le storiche botteghe italiane e le nuove attività cinesi; è così infatti che dal giorno 15 marzo si chiama la piccola piazza situata tra Via Paolo Sarpi e via Lomazzo.

Questa svolta è stata fortemente voluta dalla comunità cinese e dai suoi rappresentanti, ma una volta compreso da tutti, il progetto ha ricevuto il comune consenso ed è stato il primo ad andare in porto grazie alla collaborazione tra la comunità italo-cinese e le realtà più importanti della zona.

Francesco Wu ha voluto incontrare il rappresentante di “Vivisarpi”, l’associazione dei residenti del quartiere e spiegare personalmente le motivazioni dietro l’importante proposta.

È la prima volta che a Milano viene intitolata una piazza a un cittadino di origine cinese, ma non si tratta del “capriccio” di avere un nome cinese nel cuore della Chinatown.

Ho Feng Shan è un esempio di grande umanità, è un uomo che ha saputo fare gratuità, lo si definisce lo Schindler cinese.

È il console cinese che nella Vienna occupata dai nazisti, tra 1938 e il 1939, salvò la vita a migliaia di ebrei. Nonostante le minacce delle SS, Ho Feng Shan consegnò loro passaporti cinesi per fuggire a Shanghai, al sicuro dalle deportazioni, ma ciò stroncò la sua carriera diplomatica.

Quel nome è lì perché è importante che ci sia, lì, dove i commercianti industriosi dedicano la loro vita agli affari; è importante che tengano a mente il suo esempio, che la sua figura sia conosciuta e il suo valore riconosciuto. Il valore di quell’umanità, fondamentale sia per la parte cinese che per la parte italiana, e che da sola può rappresentare un fattore culturale aggregante.

 

L’integrazione come incontro

Una piccola piazzetta quella dedicata a Ho Feng Shan ma un grande simbolo, il simbolo di un’integrazione che non è muta convivenza dei venditori di via Sarpi e non può più essere intesa a senso unico perché è incontro con l’altro.

L’integrazione può iniziare forse a colpi di sentenze, leggi e sanzioni, ma la partita è tutta da giocare nel campo dei rapporti umani poiché questa si è realizzata essenzialmente da persone che, guardandosi reciprocamente vedono nell’altra, uguale o diversa che sia, identica umanità.

È nella coscienza storica e nei valori dell’umanità e della cultura che dobbiamo riporre le speranze, speranze che, come si è visto, con riflessione matura diventano obiettivi, obiettivi che con operosità e costruttiva collaborazione diventano traguardi, traguardi che sono stati raggiunti, vengono raggiunti e ancora verranno raggiunti, nell’interesse della comunità cinese, nell’ interesse della comunità italiana, nell’interesse della comunità umana, tutta.

(di Giorgia Guaglianone)

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