Studenti cinesi all’ Accademia di Brera: non sanno l’italiano.

Brera, mistero Cina mille studenti e fronda tra i docenti ( La Repubblica 19/06/2018)

COME NOI RISOLVEREMMO IL MISTERO : Cari Amici del Blog, dalla nostra esperienza ormai decennale dalla agenzia di recruitment di Moda Between Research, abbiamo intervistato qui a Milano molti studenti cinesi diplomatesi in Fashion Design o management (sono molto famosi i corsi in Marangoni, IED, Polimoda, Carlo Secoli, Domus, Politecnico). Tutte le perone cinesi  hanno bisogno del visto per rimanere in Italia. All” inizio arrivano con un visto da studenti:  arrivano in Italia perché vogliono studiare qui, spesso anche perché non sono riusciti ad entrare nelle competitive università cinesi, cui l’ accesso e’ limitato ai migliori studenti delle superiori. Qui arrivano quindi studenti che possono pagarsi un corso in istituti privati che costano tra 10 000 e 20 000 euro all’anno, cui bisogna aggiungere i costi di vitto e alloggio. Alla fine del corso che puo’ durare 1 -2 – 3 anni, questi giovani devono cercare un lavoro in Europa, spesso difficile da trovare. Per allungare il loro permesso di soggiorno si iscrivono a corsi come quello di Brera che ha un costo molto più ragionevole, senza nessun interesse per la laurea in Storia dell’ Arte o per altri corsi che l’Accademia propone. Vogliono solo rimanere in Italia, e possono permetterselo.

La domanda allora e’ : Fanno poi dei lavori in nero? a questa domanda non sapremmo  rispondere me e’ lecito porsela.

 

ARTICOLO DE “LA REPUBBLICA “:

Polemica sui test d’ingresso organizzati da una società in patria Il dubbio tra i professori “Non sanno l’italiano”

All’Accademia di Brera scoppia il caso degli studenti cinesi. Selezionati in patria tramite un’agenzia di reclutamento, un diverso test di ammissione e con la clausola di imparare l’italiano e superare una prova di lingua prima dell’immatricolazione, i futuri artisti della Repubblica Popolare iscritti a Brera — denunciano alcuni professori — spesso non sanno l’italiano e agli esami fanno scena muta. Sono quasi mille gli iscritti. C’è chi si presenta con un interprete, chi porta una tesina «palesemente copiata da internet ». E chi, «senza rispondere a nessuna domanda, chiede il voto minimo e passa».

Disinteressati alle lezioni, gli studenti cinesi, agli occhi dei loro colleghi e di alcuni docenti, sembrano godere di un trattamento di favore. Una situazione che va avanti da tempo e che per i professori « è diventata insostenibile » . Tanto da far scatenare azioni di protesta, come quella di un docente del dipartimento di Arti visive che ha sospeso gli esami agli studenti che non sono in grado di esprimersi in italiano. « Di fronte all’inadeguatezza e alla preparazione insufficiente di questi ragazzi — dice — mi faccio delle domande». E così, per la seconda volta quest’anno, il professore ha deciso di rimandarli. Il caso è stato sollevato da due lettere protocollate e inviate al Consiglio di amministrazione. La prima risale a qualche mese fa e porta la firma di Rolando Bellini, docente di Storia dell’arte. Nella lettera, che Bellini ha spedito anche al Consiglio accademico, chiedeva informazioni sui rapporti dell’Accademia con l’agenzia cinese di reclutamento studenti, Finestra Italiana Ltd, unica società partner autorizzata sul territorio cinese e con cui Brera organizza i test di ammissione. Ma « non ho ricevuto risposte». Silenzio, dice, anche dalla direzione: da Giovanni Iovane — ora al ballottaggio per il posto da direttore — a Giuseppe Bonini, che «in Cina è andato più volte».

Il caso si ripresenta qualche giorno fa, con una seconda lettera, messa sul tavolo, questa volta, da Massimo Pellegrinetti, che insegna Tecniche del marmo ed è rappresentante in cda. Tante le questioni aperte. A partire dalla prova di ammissione che si tiene in Cina e che è diversa rispetto a quella che affrontano qui gli altri studenti, italiani e stranieri, e per questo, dicono i professori, «discriminatoria ». Perché, se per entrare a Brera questi ultimi devono superare due esami e un colloquio, a Pechino basta una prova di abilità tecnica. A guidare la selezione è una commissione di docenti di Brera, che, nei giorni precedenti al test, tengono anche un corso preparatorio. Un corso che, si legge sul sito di Finestra Italiana Ltd, «è strettamente correlato all’esame » tanto che « la partecipazione aumenta significativamente la possibilità di superare il test».

Ma a valutarli, denuncia un gruppo di docenti, è una commissione ristretta di professori « non rappresentativi di tutti i settori » . Un esempio? « Nessuno di Nuove tecnologie è mai stato in Cina » , spiegano dal dipartimento di Progettazione. E così «è un docente di Scenografia che valuta gli aspiranti studenti » di quell’indirizzo. Ma poi i nodi vengono al pettine. Confrontando la preparazione dei ragazzi, i professori — che si dicono preoccupati per « l’abbassamento della qualità dell’insegnamento a Brera » — hanno notato « una differenza tra gli studenti selezionati in Cina e quelli che hanno fatto il test qui». Per questo, ora chiedono di vederci chiaro. Nel mirino i rapporti di Brera con l’agenzia cinese. Una collaborazione, fa sapere il direttore, Franco Marrocco, che va avanti da otto anni nell’ambito dei progetti di mobilità Marco Polo e Turandot. Intanto il Consiglio di amministrazione prende tempo. La presidente, Livia Pomodoro, fa sapere che «si riserva di fare approfondimenti ». Le risposte sono attese per luglio, poco prima della prossima sessione di esami a Pechino.

Leave a Reply

Your email address will not be published.