INTERVISTA SULLE DONNE CINESI – ITALIANE

 

BELL’ INTERVISTA ALLA NOSTRA AMICA JADA BAI . 

Credo che questa frase dica tutto di una etica del lavoro estremamente rigida, ma anche ammirevole: ” Mi ricordo che la prima volta che andai in vacanza con mio marito, allora fidanzato, ero terrorizzata perché non sapevo cosa si “doveva fare” in vacanza.” 

https://wsimag.com/it/cultura/39333-la-donna-cinese-tra-tradizione-ed-emancipazione

 

“Sono nata in Cina nel 1984, sono arrivata a Milano all’età di 4 anni e sono molto orgogliosa di aver frequentato il liceo classico. È lì infatti che si sono formati il mio impegno e la mia coscienza civile. Dopo la laurea ho cominciato un percorso che ha come obiettivo una società multiculturale e inclusiva, prima facendo l’interprete di cinese/italiano, poi lavorando nella mediazione culturale per enti e associazioni, fino ad approdare al mio attuale lavoro di coordinatrice di una scuola di lingua cinese all’interno di una realtà che sta in bilico tra le due culture, l’Italia e la Cina. Il cammino è arduo ma ci stiamo provando, anche con amici cinesi e italiani che hanno a cuore il tema. Tutti noi siamo convinti che una tappa fondamentale sia la conoscenza reciproca, quindi ognuno nel suo settore cerca di promuovere e sviluppare azioni volte a una reale conoscenza dell’altro, della sua storia e delle sue tradizioni.

Che cosa ha mantenuto della tradizionale figura della donna cinese e che cosa ha rifiutato …

La figura della donna cinese nelle comunità in Italia ha ancora profonde influenze confuciane, mi ricordo una frase di mio padre che diceva: “ci sono cose che una donna può fare e cose che non può fare”, io trasformerei il verbo “potere” in “volere”. A differenza di tante mie coetanee di seconda generazione io non ho avuto un “percorso regolare”, matrimonio a venti-venticinque anni e due/tre figli entro i trentacinque, e non sono diventata un’imprenditrice ma ho scelto un lavoro nel mondo del sociale. Mi piace invece molto l’immagine di femminilità della Cina classica, una donna dal carattere equilibrato e posato, una figura bella e slanciata, un giunco. Slegata dagli aspetti maschilisti e patriarcali non è male, e sarebbe bello riuscire a fonderla con caratteristiche occidentali, come ad esempio la fiducia in se stessi e la vivacità.

Che differenze ci sono tra l’uomo cinese e l’uomo italiano/milanese?

L’uomo cinese sa che ci sono dei doveri e delle responsabilità verso la propria famiglia quali la sicurezza economica o avere dei discendenti. In una società gerarchizzata con dei ruoli stabiliti infatti è più facile che l’uomo sia cosciente dei suoi doveri. L’uomo italiano no, può essere infatti anche molto irresponsabile verso la famiglia o verso la società, però ha un’immaginazione e una vitalità che sono contagiose e affascinanti. Per me è stata più attraente la libertà della vita con un uomo italiano e per questo ho scelto un marito italiano.

Single, coppia, famiglia: qual è il futuro della donna?

La libera scelta è il futuro della donna, deve esserlo. Penso che la nostra più grande battaglia sia quella di affermare la nostra libertà e l’autodeterminazione. Scelgo se essere single, moglie, partner, madre. Anche qui il cammino è ancora arduo, sebbene ci sia stato il femminismo che ha aperto la porta. La società purtroppo sembra criticare qualunque modello, se sei single ti chiedono perché sei single, ecc. Forse è arrivato il momento di smettere di chiedere e di lasciar agire.

Ci parli della sua esperienza di insegnante e mediatrice culturale …

Sono stata mediatrice fino al 2014, ora sono docente di lingua e cultura cinese e coordinatrice didattica di una scuola di lingua cinese, la Scuola di Formazione Permanente della Fondazione Italia Cina. È un bellissimo lavoro, stimolante e appassionante. Certo, c’è la fatica di trovarsi sempre su un palco quando insegni, ma anche tanta soddisfazione quando vedi che sei riuscita a visualizzare un’immagine non stereotipata e negativa della Cina. Come coordinatrice di una scuola ci sono più opportunità di centrare l’obiettivo perché puoi realizzare dei progetti a lungo termine, hai la possibilità di organizzare eventi e collegare tante realtà che hanno a che fare con la Cina e convogliarle in questo obiettivo.

Ha detto che ha voluto scegliere di fare cose più utili che redditizie, andando controcorrente alla sua tradizione familiare, forse la mentalità cinese è portata più all’azione che alla meditazione?

La comunità cinese che c’è in Italia ha origini contadine, i nostri genitori hanno sempre dovuto lottare con una terra tradizionalmente avara, inevitabile quindi che questa prima generazione di cinesi arrivati in Italia abbia fatto di tutto per uscire dalla povertà attraverso un duro lavoro e faticoso risparmio. Inevitabile quindi il desiderio di riscatto sociale da parte delle seconde generazioni che significa gestire le attività di famiglia che, se fatto bene, è molto remunerativo. Io non sono un’imprenditrice, la parte commerciale mi mette ansia e ho scelto un lavoro “altro”, guadagno uno stipendio e sono una dipendente, che ai miei occhi è sufficiente ma non altrettanto a quelli della mia famiglia dato che le aspettative erano altre.

Luci e ombre della Cina di oggi …

A mio parere la Cina di oggi è alla ricerca di equilibrio, tra passato e presente, modernità e tradizione, città e campagna. La Cina è cresciuta talmente tanto e talmente in fretta in questi ultimi dieci anni che nella stessa città si vedono moderni grattacieli accanto a baracche in demolizione e manager in giacca e cravatta mangiare alla stessa trattoria di operai. Non c’è stato un periodo di transizione. Non è facile governare un gigante di questa portata e in un certo senso il governo è stato abile nel mantenere una sostanziale stabilità interna. Ovviamente, la Cina ha millenni di storia e validi esempi di grandi strateghi come possiamo dire sia l’attuale Presidente Xi Jinping il cui motto è “Make China Great again”.

Perché molti cinesi hanno scelto di venire in Italia e in Europa?

C’è stata una mostra al Mudec lo scorso anno, risultato di una ricerca sull’argomento, che racconta i cento anni della comunità cinese in Italia. Negli anni Venti del secolo scorso infatti arrivò in Italia un primo gruppetto pieno di spirito d’avventura. I grandi flussi del 1970-1980 e 1990 furono per la maggior parte ricongiungimenti familiari, intere famiglie si spostarono da un gruppo di villaggi nella provincia dello Zhejiang per arrivare nelle grandi e piccole città italiane ed europee creando una rete di comunità cinesi in tutta Europa. È questo il bello, io ho parte della famiglia in Spagna così come amici in Francia, Belgio, Olanda e Germania. L’Italia i miei la scelsero prevalentemente perché negli anni ’80 ci fu una grossa sanatoria e la possibilità di stabilirvisi e avere una vita diversa. È adesso che l’Italia viene scelta da tanti studenti cinesi come meta preferita dei loro studi, per la musica, l’arte, il design, lo stile di vita italiano insomma.

Che cosa le piace e che cosa non le piace del sistema di vita italiano/milanese?

Mi piace la possibilità della libera scelta (e di conseguenza l’esercizio della democrazia). Crescendo in un ambiente confuciano con valori quali la forte gerarchia dei ruoli e un rigido codice di comunicazione la libertà che respiravo a scuola negli anni della formazione mi sembrava importante quanto l’aria. Poi però, crescendo, mi sono resa conto che c’erano altre barriere e altre restrizioni, più invisibili, ma pur sempre reali. Ne sono rimasta molto delusa anche se ho trovato il modo di conviverci. Mi piace molto la rilassatezza della vita italiana al contrario di quella cinese dove l’autrocontrollo è molto importante, si lavora tanto e ci si concede molto poco, anche a livello mentale, è come se non ci si riposasse mai. Mi ricordo che la prima volta che andai in vacanza con mio marito, allora fidanzato, ero terrorizzata perché non sapevo cosa si “doveva fare” in vacanza.

 

Studenti cinesi all’ Accademia di Brera: non sanno l’italiano.

Brera, mistero Cina mille studenti e fronda tra i docenti ( La Repubblica 19/06/2018)

COME NOI RISOLVEREMMO IL MISTERO : Cari Amici del Blog, dalla nostra esperienza ormai decennale dalla agenzia di recruitment di Moda Between Research, abbiamo intervistato qui a Milano molti studenti cinesi diplomatesi in Fashion Design o management (sono molto famosi i corsi in Marangoni, IED, Polimoda, Carlo Secoli, Domus, Politecnico). Tutte le perone cinesi  hanno bisogno del visto per rimanere in Italia. All” inizio arrivano con un visto da studenti:  arrivano in Italia perché vogliono studiare qui, spesso anche perché non sono riusciti ad entrare nelle competitive università cinesi, cui l’ accesso e’ limitato ai migliori studenti delle superiori. Qui arrivano quindi studenti che possono pagarsi un corso in istituti privati che costano tra 10 000 e 20 000 euro all’anno, cui bisogna aggiungere i costi di vitto e alloggio. Alla fine del corso che puo’ durare 1 -2 – 3 anni, questi giovani devono cercare un lavoro in Europa, spesso difficile da trovare. Per allungare il loro permesso di soggiorno si iscrivono a corsi come quello di Brera che ha un costo molto più ragionevole, senza nessun interesse per la laurea in Storia dell’ Arte o per altri corsi che l’Accademia propone. Vogliono solo rimanere in Italia, e possono permetterselo.

La domanda allora e’ : Fanno poi dei lavori in nero? a questa domanda non sapremmo  rispondere me e’ lecito porsela.

 

ARTICOLO DE “LA REPUBBLICA “:

Polemica sui test d’ingresso organizzati da una società in patria Il dubbio tra i professori “Non sanno l’italiano”

All’Accademia di Brera scoppia il caso degli studenti cinesi. Selezionati in patria tramite un’agenzia di reclutamento, un diverso test di ammissione e con la clausola di imparare l’italiano e superare una prova di lingua prima dell’immatricolazione, i futuri artisti della Repubblica Popolare iscritti a Brera — denunciano alcuni professori — spesso non sanno l’italiano e agli esami fanno scena muta. Sono quasi mille gli iscritti. C’è chi si presenta con un interprete, chi porta una tesina «palesemente copiata da internet ». E chi, «senza rispondere a nessuna domanda, chiede il voto minimo e passa».

Disinteressati alle lezioni, gli studenti cinesi, agli occhi dei loro colleghi e di alcuni docenti, sembrano godere di un trattamento di favore. Una situazione che va avanti da tempo e che per i professori « è diventata insostenibile » . Tanto da far scatenare azioni di protesta, come quella di un docente del dipartimento di Arti visive che ha sospeso gli esami agli studenti che non sono in grado di esprimersi in italiano. « Di fronte all’inadeguatezza e alla preparazione insufficiente di questi ragazzi — dice — mi faccio delle domande». E così, per la seconda volta quest’anno, il professore ha deciso di rimandarli. Il caso è stato sollevato da due lettere protocollate e inviate al Consiglio di amministrazione. La prima risale a qualche mese fa e porta la firma di Rolando Bellini, docente di Storia dell’arte. Nella lettera, che Bellini ha spedito anche al Consiglio accademico, chiedeva informazioni sui rapporti dell’Accademia con l’agenzia cinese di reclutamento studenti, Finestra Italiana Ltd, unica società partner autorizzata sul territorio cinese e con cui Brera organizza i test di ammissione. Ma « non ho ricevuto risposte». Silenzio, dice, anche dalla direzione: da Giovanni Iovane — ora al ballottaggio per il posto da direttore — a Giuseppe Bonini, che «in Cina è andato più volte».

Il caso si ripresenta qualche giorno fa, con una seconda lettera, messa sul tavolo, questa volta, da Massimo Pellegrinetti, che insegna Tecniche del marmo ed è rappresentante in cda. Tante le questioni aperte. A partire dalla prova di ammissione che si tiene in Cina e che è diversa rispetto a quella che affrontano qui gli altri studenti, italiani e stranieri, e per questo, dicono i professori, «discriminatoria ». Perché, se per entrare a Brera questi ultimi devono superare due esami e un colloquio, a Pechino basta una prova di abilità tecnica. A guidare la selezione è una commissione di docenti di Brera, che, nei giorni precedenti al test, tengono anche un corso preparatorio. Un corso che, si legge sul sito di Finestra Italiana Ltd, «è strettamente correlato all’esame » tanto che « la partecipazione aumenta significativamente la possibilità di superare il test».

Ma a valutarli, denuncia un gruppo di docenti, è una commissione ristretta di professori « non rappresentativi di tutti i settori » . Un esempio? « Nessuno di Nuove tecnologie è mai stato in Cina » , spiegano dal dipartimento di Progettazione. E così «è un docente di Scenografia che valuta gli aspiranti studenti » di quell’indirizzo. Ma poi i nodi vengono al pettine. Confrontando la preparazione dei ragazzi, i professori — che si dicono preoccupati per « l’abbassamento della qualità dell’insegnamento a Brera » — hanno notato « una differenza tra gli studenti selezionati in Cina e quelli che hanno fatto il test qui». Per questo, ora chiedono di vederci chiaro. Nel mirino i rapporti di Brera con l’agenzia cinese. Una collaborazione, fa sapere il direttore, Franco Marrocco, che va avanti da otto anni nell’ambito dei progetti di mobilità Marco Polo e Turandot. Intanto il Consiglio di amministrazione prende tempo. La presidente, Livia Pomodoro, fa sapere che «si riserva di fare approfondimenti ». Le risposte sono attese per luglio, poco prima della prossima sessione di esami a Pechino.

Francesco Wu si racconta e racconta la sua comunità. incontro del 16/03/2018

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Prima della diversità c’è una comunanza. Le sfide delle migrazioni. Racconto di un incontro con Francesco Wu  

“Prima della diversità c’è una comunanza”, è questo il nome del dibattito tenutosi il giorno 16 marzo 2018 presso l’Università Cattolica di Milano. A raccontarsi erano due testimoni privilegiati, Violeta Popescu per la comunità romena e Francesco Wu in rappresentanza della comunità cinese.

Spiegare in poche parole chi è Francesco Wu è complesso, ci prova Giorgio Paolucci, giornalista e scrittore, prima del suo arrivo: laureato in ingegneria elettronica, membro del direttivo della Confartigianato Alto Milanese, Vice presidente di Associna, fondatore e presidente dell’associazione Uniic, Unione imprenditori Italia Cina, approda anche nel campo della ristorazione gestendo “Al borgo Antico”, un ristorante italiano.

Con il signor Wu i titoli si sprecano, ma non sono sufficienti, per comprendere la sua persona, la sua comunità e soprattutto il messaggio che ci vuole trasmettere, è dunque necessario ascoltare la sua storia.

 

È arrivato in Italia nel 1989, è un immigrato cinese, ma è cresciuto, ha studiato e lavora in Italia, è a tutti gli effetti anche un “nuovo italiano” ed ha fatto di questa bivalenza la sua forza.

Francesco è originario della città di Wenzhou, ma non solo lui, infatti è proprio da Wenzhou, Qingtian e in generale dalla zona meridionale della provincia del Zhejiang che proviene il 90% della comunità cinese presente sul territorio italiano e in Europa.

Geograficamente la lunga distanza è innegabile, ed è proprio in questo modo che per molto tempo sono stati visti i cinesi, distanti, abitanti del lato apposto del mondo e portatori di una cultura anch’essa lontana dalla nostra, ma non è proprio così, ci viene raccontato.

Elementi di vicinanza tra comunità

Da dove nasce la “fortuna” dell’imprenditoria cinese all’ estero? dalla famiglia, fonte di forza e solidità, non solo dal nucleo familiare in senso stretto, ma anche da quella miriade di parenti e amici fidati che rappresentano un sostegno morale, pratico ed ovviamente, economico, quella rete sociale sempre pronta ad accogliere e aiutare.

Questa è stata anche la forza propulsiva che nel primo quarto del novecento spinse i cinesi a spostarsi in Europa e successivamente anche in Italia, << vado dove ho un amico che mi può dare una mano, è una questione di guānxi, cioè relazioni sociali >>, spiega Francesco. La Cina, come l‘Italia ha una tradizione millenaria e quando le tradizioni sono antiche i rapporti umani sono più articolati e complessi, crearsi una rete sociale diventa dunque una necessità, una questione di sopravvivenza.

Chi ha memoria storica comprenderà facilmente la questione, se il meccanismo di aggregazione non è dissimile da quello che alla fine del 1800 costituì le grandi comunità italiane in Argentina, Stati Uniti e Brasile, la “ricetta del successo “ricorda inequivocabilmente quella che oltre mezzo secolo fa permise il miracolo economico italiano: collaborazione reciproca, instancabile lavoro e oculato risparmio.

Valori simili dunque, da dove nasce quindi la lontananza percepita? Dal gap linguistico, gap totalmente appianato con il costituirsi della seconda generazione.

La seconda generazione

Paolo Wang, Giada Chen, Luca Yu, Jessica Hu e ovviamente Francesco Wu, sono solo alcuni dei nomi, a volte soprannomi, dei ragazzi cinesi di seconda generazione.

Alcuni sono nati in Italia, altri invece, ci sono cresciuti, hanno avuto una vita privilegiata rispetto a quella dei loro padri: hanno frequentato la scuola italiana, molti hanno continuato fino alla laurea ed oltre, ma hanno mantenuto la voglia di fare e la spinta imprenditoriale tipica della prima generazione.

Come succede agli italiani, le attività a cui si dedicano sono varie, ci sono ragazzi che continuano il lavoro dei genitori, altri si mettono in proprio, altri ancora si dedicano ad ambiti lavorativi diversi da quelli che tipicamente vengono attribuiti alla loro comunità.

Una moltitudine giovane ed energica che si sente a casa propria perché è a casa propria: si dà da fare in campo associativo, spesso ha la cittadinanza italiana e va a votare.

La nuova percezione della comunità cinese

Il percorso che ha portato la comunità italo-cinese a partecipare attivamente alla vita politica cittadina tuttavia, è stato tortuoso e si è composto di più “battaglie”. Un punto di svolta è stato rappresentato dalla vicenda della zona a traffico limitato di via Paolo Sarpi, meglio conosciuta come Chinatown.

Nel novembre del 2012, Palazzo Marino approva una delibera che prevede l’attivazione di telecamere, orari ridottissimi per le operazioni di carico e scarico merci e divieto di accesso degli autocarri in zona Sarpi, finestre orarie differenti e più restrittive di quelle esistenti nelle altre zone di Milano.

Il provvedimento è volto a colpire gli interessi dei commercianti all’ingrosso cinesi ed è considerato discriminatorio e lesivo dei diritti dei lavoratori cinesi.

La comunità di zona, guidata dall’Uniic, Unione imprenditori Italia Cina fondata da Francesco stesso, fa dunque ricorso al Tar ottenendo la sospensione del provvedimento.

 

L’ accadimento scardina la visione del quartiere Sarpi come “zona franca”, dove i commercianti cinesi, indisturbatamente, svolgono le loro attività privi di licenza.

Le realtà del posto e le stesse istituzioni incominciano ad avere una visione più variegata della comunità cinese, una visione non più appiattita nella banalità dei luoghi comuni: questa si è mostrata seria e capace di rappresentarsi per proteggere i propri diritti, dunque anche i media incominciano a dedicarle più attenzioni e preferiscono “parlare con i cinesi prima di parlare dei cinesi”, ed ascoltare il loro punto di vista.

È l’inizio di una fruttuosa collaborazione tra il Comune di Milano, le associazioni di quartiere e la comunità italo-cinese che, sempre più cosciente di sé stessa, partecipa energicamente alla vita sociale e politica della città e, con massiccia affluenza alle elezioni amministrative del giugno 2016, viene percepita sempre di più come soggetto politico.

Molte sono state nel corso degli anni le migliorie che, in clima di cooperazione, sono state apportate a Chinatown: un esempio è la campagna di sensibilizzazione in collaborazione con l’Amsa, tenuta in lingua cinese, sui temi del riciclo e del rispetto ambientale.

Un composito mosaico di eventi che comunica però un messaggio chiaro: “qualcosa sta cambiando e in meglio”.

La gratuità come fattore aggregante

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’impegno dell’” Unione imprenditori Italia Cina”, l’associazione Uniic di cui Francesco Wu è fondatore e presidente, che vuole porsi come un ponte tra le istituzioni nazionali e la comunità cinese.

L ’Uniic nasce da una esigenza di tipo pratico: un vuoto rappresentativo che, visto il peso e la numerosità della comunità cinese a Milano, non era più accettabile, ma c’è anche un altro motivo, più sottile, più profondo e personale.

<<Appena arrivato in Italia mi hanno subito voluto bene – spiega il signor Wu – nella mia vita ho sempre ricevuto gratuità>>

Francesco in Italia è stato accolto dai fratelli delle scuole cristiane, cioè i lasalliani, un’associazione di stampo cattolico, grazie ai giovani volontari è potuto andare in piscina, ad arrampicarsi, a sciare. << così ho visto le cose più belle che ci sono in Italia: la montagna, il mare, non avevo mai visto il mare, e ho mangiato la focaccia ligure>>.

Un’altra grande gratuità per Francesco è stata quella di ricevere la borsa di studio, grazie alla quale ha potuto frequentare il Gonzaga, istituto prestigioso di Milano che, diversamente, la sua famiglia di estrazione proletaria non si sarebbe potuto permettere. Già negli ultimi anni del liceo, anch’ esso gestito dai fratelli lassalliani, si è messo in gioco all’ interno dell’associazione religiosa per cercare di restituire quanto ricevuto.

Sono proprio questi incontri positivi, il bene ricevuto a titolo gratuito e l’incontro cristiano, che ha risposto ad alcuni dei suoi interrogativi più profondi, ad aver reso Francesco Wu la persona entusiasta e dedita alla causa che abbiamo conosciuto.

Anche l ‘esporsi in prima linea di Francesco con l’Uniic risponde quindi alla volontà di rimettere in circolo il bene ricevuto, mettendosi a disposizione della propria comunità e, per chi come lui crede nel valore dell’integrazione, della comunità in senso più ampio.

Piazzetta Ho Feng Shan

Una storia di gratuità è anche quella che ci racconta un luogo di Milano: piazzetta Ho Feng Shan.

Se questo nome fine a una decina di giorni fa era sconosciuto a molti, ora campeggia fiero tra le storiche botteghe italiane e le nuove attività cinesi; è così infatti che dal giorno 15 marzo si chiama la piccola piazza situata tra Via Paolo Sarpi e via Lomazzo.

Questa svolta è stata fortemente voluta dalla comunità cinese e dai suoi rappresentanti, ma una volta compreso da tutti, il progetto ha ricevuto il comune consenso ed è stato il primo ad andare in porto grazie alla collaborazione tra la comunità italo-cinese e le realtà più importanti della zona.

Francesco Wu ha voluto incontrare il rappresentante di “Vivisarpi”, l’associazione dei residenti del quartiere e spiegare personalmente le motivazioni dietro l’importante proposta.

È la prima volta che a Milano viene intitolata una piazza a un cittadino di origine cinese, ma non si tratta del “capriccio” di avere un nome cinese nel cuore della Chinatown.

Ho Feng Shan è un esempio di grande umanità, è un uomo che ha saputo fare gratuità, lo si definisce lo Schindler cinese.

È il console cinese che nella Vienna occupata dai nazisti, tra 1938 e il 1939, salvò la vita a migliaia di ebrei. Nonostante le minacce delle SS, Ho Feng Shan consegnò loro passaporti cinesi per fuggire a Shanghai, al sicuro dalle deportazioni, ma ciò stroncò la sua carriera diplomatica.

Quel nome è lì perché è importante che ci sia, lì, dove i commercianti industriosi dedicano la loro vita agli affari; è importante che tengano a mente il suo esempio, che la sua figura sia conosciuta e il suo valore riconosciuto. Il valore di quell’umanità, fondamentale sia per la parte cinese che per la parte italiana, e che da sola può rappresentare un fattore culturale aggregante.

 

L’integrazione come incontro

Una piccola piazzetta quella dedicata a Ho Feng Shan ma un grande simbolo, il simbolo di un’integrazione che non è muta convivenza dei venditori di via Sarpi e non può più essere intesa a senso unico perché è incontro con l’altro.

L’integrazione può iniziare forse a colpi di sentenze, leggi e sanzioni, ma la partita è tutta da giocare nel campo dei rapporti umani poiché questa si è realizzata essenzialmente da persone che, guardandosi reciprocamente vedono nell’altra, uguale o diversa che sia, identica umanità.

È nella coscienza storica e nei valori dell’umanità e della cultura che dobbiamo riporre le speranze, speranze che, come si è visto, con riflessione matura diventano obiettivi, obiettivi che con operosità e costruttiva collaborazione diventano traguardi, traguardi che sono stati raggiunti, vengono raggiunti e ancora verranno raggiunti, nell’interesse della comunità cinese, nell’ interesse della comunità italiana, nell’interesse della comunità umana, tutta.

(di Giorgia Guaglianone)